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storia

I laboratori orafi attraverso i secoli

Per riportare alla luce vestigia del passato occorre scavare,
ricostruire i frammenti trovati, individuarne l'epoca di produzio-
ne, la civiltà cui appartengono, stabilirne la datazione e via via
con complicate e sofisticate operazioni. Al contrario, ricerche
"archeologiche" su un laboratorio orafo dei passato potrebbero
essere condotte senza alcun affanno, poiché si scoprirebbe con
sorpresa che molti strumenti usati dall'orafo artigiano di oggi
sono ancora tali e quali quelli in uso, ad esempio, in una botte-
ga del Rinascimento. E c'è una ragione. L'artigiano di oggi, così
come quello di ieri, non si propone di pianificare costi e tempi di
produzione, ma solo di esprimere in un oggetto la sua creatività
e la sua esperienza manuale. Non è necessario per l'artigiano
razionalizzare la produzione attraverso nuovi strumenti
cosa invece indispensabile per i prodotti industriali perché questo
lo priverebbe dell'intervento estemporaneo e creativo. Col passare del tempo, l'artigiano ha perfezionato o inventato nuovi strumenti per produrre in serie alcune parti dei prodotto o per contenerne i costi abbreviandone alcune fasi, ma per ogni opera è tuttora considerato indispensabile almeno una elaborazione finale "a mano" con i più tradizionali strumenti lavoro. Strumenti che spesso l'artigiano si è costruito da solo, che ha modificato e adattato alle sue specifiche esigenze, plasmati per obbedire ai suoi gesti, al suo "mestiere". Strumenti che col passare del tempo divengono parte stessa dell'artigiano. Negli strumenti più usati dall'orafo (i ferri, come si dice in gergo) sono spesso evidenti parti consumate dall'uso e che rivelano particolari abitudini di lavoro: impugnature in legno ad esempio con incavi lasciati dalla mano che li ha usati fino a scavare le sue impronte. E tanto più l'impronta sarà netta tanto più quel
"ferro" sarà insostituibile perché l'adattamento è ormai fisiologi-
co e tra lo strumento e la mano si è stabilita una specie di sim-
biosi. I vecchi strumenti recano i segni di costanti, amorose
opere di restauro per prolungarne la vita oltre ogni limite e
l'operaio orafo, se cambia laboratorio, se li porta con sé come
insostituibile attrezzatura personale.
Lo stocco serve da piano di appoggio per il lavoro da
eseguire e costituisce una specie di "frizione" per i colpi
di lima che mordendo prima sul legno che sul metallo
divengono più morbidi e misurati. Gli orafi antichi conoscevano
sicuramente la tecnica della fusione con l'osso di seppia, come
usavano i nostri orafi di appena una trentina d'anni fa e come
risulta dall'inventario degli strumenti di un laboratorio del 400
fiorentino, quello di Bartolomeo Di Piero conservato presso
l'Archivio di Stato di Firenze. Indubbiamente il gas prima, la luce
elettrica poi, hanno rivoluzionato i tempi di produzione, e cosi
dicasi per la tecnica della pressofusione.
Tutto ciò ha consentito a Valenza, come altrove, la diffusione e
lo sviluppo dell'artigianato orafo rendendolo, se vogliamo, un pò
meno "specialistico" e per iniziati, oltre che confessiamolo un
pò più comodo. Ma gas e luce elettrica si sono semplicemente
sostituiti a ciò che già esisteva, non hanno aggiunto nulla per-
ché l'artigianato si evolve, ma nella sostanza resta immutato nel
tempo.

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